AS HIMSELF

La mia foto
Roma, Italy
He was born in a lazy tuesday.Just purple flowers around his cradle.Silence and purple flowers.The ancient Fathers whisper their secrets in his ears, before he went away, stolen by the wind, blessed by the moon."You are a travelling man" they said him.The roads of his life were just placed in the other side of our world, but when he became a man he felt the emptiness of the desert,and the acrid smell of the asphalt from the streets of the unknown. So he began writing poetry, singing against the night walls, searching for his home, taking his bag. He was a travelling man. And that's just a chosen destiny tale.

giovedì 13 marzo 2008

La Visione della Terra dal Mare

Ai confini del mondo,
il cielo ho toccato,
tendendo un dito,
l'amore sfiorando
sporco blu d'infinito;
un dito, mio amico,
toccando il mistero
in cui sono nato,
scoprendo nei limiti
l'orizzonte emisfero,
una stella che crolla,
una vela ammainata,
-Terra, capitano, terra!-
consacrata è la sera
in cui un bacio sa d'erba,
palme e sogni d'un alba,
sola, un'indigena spera,
cannocchiali ansiosi sul mare,
nostalgia lesta d'amare,
salpare, tornare, restare, partire
con una mappa toccavo la sera,
illuminando la spada quest'imbrunire,
presi la luna,
e riposi il mio corpo nel cielo a dormire.

venerdì 7 marzo 2008

Life is Now

Luca Bordon era un vecchio sessantottino spiantato, uno di quelli che non aveva deciso di farsi riprendere dalla società, ma che la società aveva deciso di riprendersi, facendolo passare dalla porta sul retro della vita. Sulla cinquantina, capelli brizzolati, faccia scarna, magro, se non per una leggere prominenza addominale ad indicare il suo utilizzo abitudinario di Nastro Azzurro e la sua età che avanzava in silenzio. Un'esistenza anonima. Era in quel periodo in cui si prendono le ultime decisioni rilevanti sulla propria esistenza: continuare a far il bidello di una scuola elementare o farsi una vita, riprendersi da quella stasi che durava da una ventina d'anni circa. Bordon non era sposato, niente figli, niente amici, nessuna relazione, una passione per le lingue straniere che mai aveva imparato e che adorava ascoltare la sera, mentre scongelava la cena, girando tra i telegiornali internazionali che, a rotazione, si alternavano sul suo televisore. Meraviglie della TV satellitare. Si era messo a navigare su internet per cercare la sua anima gemella, l'altra metà del cielo ecc ecc... Poi, un giorno, aveva intrapreso una conversazione con una persona incredibile e dopo un mese di scambi di idee, parole, esperienze, avevano cominciato a scriversi per lettera, come si faceva tanto tempo fa. Il vecchio Bordon, così, s'era ricordato come ci si sentiva da giovani, o meglio, quando lui era giovane e le ragazze e i sogni, di certo, non gli mancavano. Ricordava il suo viaggio folle in Tibet, la visione della città di Lhasa, l'emozione di quello che sapeva spiegare solo nei suoi pensieri, l'unico epico racconto della sua vita che potesse dire di aver vissuto. Solo in quei fogli di carta, scritti a penna, riusciva ad esprimere altro, tutti quei sentimenti e quell'amore che gli veniva dai pochi libri che gli passavano sotto mano.
Così, dopo un anno d'amorosa corrispondenza, in una lettera prese il coraggio di scrivere:
"Incontriamoci"
La risposta non si fece attendere:
"Fra tre giorni" e indicati c'erano il luogo, l'ora, il modo per riconoscersi l'un l'altro: avrebbero avuto in mano un fiore giallo. Tutto qui, tutto semplice, sincero, romantico, profumo d'antico.
Luca Bordon, bidello in pausa di riflessione, stava fermo, appoggiato ad un palo della luce, una rosa gialla in mano in una mattina che annunciava pioggia.
Passò un'ora rispetto a quella concordata per l'appuntamento. Doveva andare a lavoro. Aspettò ancora un'altra ora, l'avrebbe giustificata incolpando i ritardi dei mezzi pubblici. Restò comunque l'unico con un fiore giallo in mano quella mattina, su quella piazza. Si mise il cappello in testa, buttò il fiore in terra. Cominciò a piovere.

Tre giorni ad aspettare. Tre giorni. Non facciamo altro che aspettare e sperare.
E fumare, a volte.
Fermo lì, la mia brava sigaretta, a sperare. Quando c'è qualcosa in cui si crede di poter credere, ci si aggrappa alle sue vesti, specie se ha una figura umana e tu sei solamente uno dei tanti volti di una città che scende frettolosamente dal letto.
La coinvolgente sensazione di sperare che prende, afferra, il groppo alla gola, il pensiero che fa ridere e tutti si chiedono perchè quell'idiota lì, che poi sarei proprio io, stia ridendo, le parole che non sento perchè viaggio su altre frequenze, il silenzio che parla davvero e chissenefrega quello che dice, mi pare già straordinario poterci conversare, l'attesa che stride nei denti, la meraviglia, mai provata, per la noia di un giorno di pioggia, osservato da una finestra di un qualche luogo che non mi interessa realmente identificare, e guardo tutto, piccolo extraterrestre neonato con gli occhi illuminati dalla natura profonda che nutre, semplifica e avvolge nel mistero le cose del mondo, il ramo intrecciato di quella quercia, la luminosità di un sasso bagnato, illuminato da una luce di provenienza ignota, dato un sole coperto e rubato. E, alla fine, sono proprio un monaco tibetano seduto sulla montagna della felicità potenziale, in preda a mistiche visioni, finalmente rosee, e anche un pò gialle, sul mio futuro e ci sono tutte le persone che conosco e qualche drago, cavaliere e fata sfusi.
E poi che succede? Assolutamente niente. Come se, mentre te ne stai sul picco della Terra a goderti la contemplazione del tutto, arrivasse un netturbino e "oh, scendiamo da sta montagna di immondizia? C'ho da lavorare io!" e tu "eh?" e poi scendi, niente più tuniche rosse, sguardi toccati dallo spirito della storie degli uomini, ma occhi torvi, scuri, sopracciglia incurvate verso l'alto, facce scontente, palazzi scoloriti, cielo grigio, una barbona appena sveglatasi, anche lei, in questa realtà senza sogni, che smuove un pò la misera coperta di cartoni. "Life is now" c'è scritto.
Traduco.
Reduce dell' esperienza nella Lhasa della mia anima, ancora ce la faccio a sorridere per l'ironia bastarda di questo aggregato di uomini, asfalto, macchine e cemento. A volte, sa essere comico in un modo tutto suo.
A volte.
Il fumo della città.
Non capita mai nulla che venga a cambiare questa vita, mi chiedo. Qualcosa di positivo intendo. E quando la vedo lì davanti, che arriva, la vedo, so che è lei, la mia speranza, la mia svolta, resto immobile con le braccia aperte e rimango solo, la sensazione che un ectoplasma mi trapassi e la tristezza d'averci creduto. Tanti altri fantasmi entrano uno nell'altro, ma non hanno quei capelli che volevo, non quegli occhi, non quelle mani. In definitiva, sono solo persone che si scambiano anime e pensieri senza accorgersene. Solo il neon di una città che si fa notturna di temporale sin dalle prime ore del mattino. Una macchina non si ferma al passagio pedonale, il verde del semaforo dura il respiro d'un uomo anziano, l'autobus è pieno e sto stretto, in piedi, soffocato o, forse, sto solamente reimparando la mia quotidianità.
"Scusi, scende?"
"No" e resta ferma. La logica sottostante ad una domanda è un esercizio intellettuale troppo complesso per la signora occhi di falco, buste della spesa, foulard sui capelli che già ha deciso di odiare quello che gli sta intorno, di non capire, di imprigionarsi altrove.
"Scusi, dovrei scendere" lei si scansa senza dir niente.
Scendo dall'autobus, mi avvio verso la fermata della metropolitana, il coglione che va forte sul bagnato mi spedisce un'onda di oceano-pozzanghera sulla parte destra dei jeans. Considero la situazione, tenendo i calzoni con una mano e analizzandoli.
Scoppio a ridere.
Allora m'accendo una sigaretta, una di tante, mi siedo su un muretto, uno di tanti, vicino a me un vecchio, due ragazze, una mamma col bambino, un signore con un cane. Sono ancora uno di tanti. Mi chiedo se qualcuno di loro abbia mai visto la sua Lhasa. Butto fumo dalla bocca.
Passa il tram, mentre mi scorre davanti agli occhi, ho tempo di leggere.
"Life is now" c'è scritto.
Come se non lo sapessi già.

lunedì 3 marzo 2008

Il Coraggio di Essere Codardi

- Mi chiamo Alexander Colin McMillan.
Tutti mi chiamano Alex. Tutti dico, anche chi non mi conosce, dopo una giornata insieme fa “Ciao Alex”. Appunto. Tutti. Una volta due miei amici d’infanzia, dopo essersi conosciuti si dicevano “Ma pure tu lo chiami Alex” “Sì” “Pensavo di essere l’unico””Anche io”. Tutti. Non racconto bugie, non sempre almeno.
Vivo a Roma da quando sono nato, o quasi, ma perderemmo troppo tempo se vi spiegassi le mie origini. Vi basti sapere che mio padre è irlandese, fuma la pipa e ama l’Italia, mia madre è italiana, si preoccupa ce non prenda freddo alla schiena e ama leggere, insegnava lingue straniere. Quindi, eccomi qui: con un nome lunghissimo, da non riuscire mai ad entrare negli spazi dove si firma, una vita a spiegare che “No, non sono straniero” “Ma hai il nome…” “Ho genitori originali” oppure “Fatti gli affari tuoi, non è mica tuo il nome”. I bambini devono sempre analizzare la situazione, chiedere perché, dove vanno, chi sono, quale è il senso delle cose, che significato ha il tuo bizzarro nome visto che parli italiano. Insomma, non c’è speranza. È all’asilo che si impara la vera filosofia, mica all’università. I bambini ne sanno molto di più di qualsiasi signor Hegel o Sant’Agostino che capiti in giro. I bambini non si fanno paranoie, loro chiedono solo perché: rispondetegli poi, cercando di evitare un successivo “e perché?”.
Ad ogni modo i miei vecchi sono brava gente: nessun letterato, grande scienziato o luminare prossimo al Nobel, ma m’hanno saputo amare. Ed è questo che conta alla fine. Solo questo.
Io, invece, sono un bastardo. Ho in mente già da tempo di dargli una lettera che porto in tasca tutti i giorni. Cosa aspetto per dargliela? Aspetto di avere il coraggio di essere un codardo, di andarmene via, di partire. Dove? E che ne so io.
Io scrivo solo poesie.
Dico davvero, scrivo poesie, e mi riesce anche bene a quanto pare. Fra qualche mese dovrò presenziare anche ad una premiazione per un libro che ho scritto. Non ve l’aspettavate vero? Non se lo aspetta nessuno. Quando lo rivelo, la faccia del mio interlocutore, interlocutrice è tra il sorpreso, il disgustato, il dubbioso e il “chissà che assurdità scriverà sto tipo". Invece, sto tipo scrive poesie, anzi, ha scritto un libro di poesie.
A dire la verità, avrei sempre voluto scriver un romanzo, ma niente, mi escono fuori le rime, le parole difficili, quelle auliche, e tutte le paranoie da poeta in lotta col mondo, triste, cinico e sofferto.
Studio anche, all’università, ma ora non mi va di parlarne. Ne parlo già talmente tanto all’università dell’università. Almeno studiare mi ha un po’ distratto negli ultimi tempi: mi sono lasciato con la mia ragazza. Sapete quelle relazioni burrascose, ti lascio, ti riprendo, poi “lasciamoci che tanto lo sappiamo tutti e due come va a finire” (veramente io no), ti va di uscire una volta per fare due chiacchiere, io mi gioco il jolly, io vedo, insomma roba così. L’aggravante è stata solo una però: avevo scoperto, dopo un anno, sapete cosa? Sì, bravi. Mi ero innamorato. Cotto. Finito, perduto, smarrito, spaesato, un cretino. Altri sinonimi? Io ne avrei a bizzeffe, ma non voglio tediarvi ulteriormente con queste storie melense. Tuttavia, tutti i miei fantastici voli pindarici erano inutili: c’eravamo appena lasciati quando ho avuto la mia rivelazione sulla via di Damasco o, per essere meno epici, sulla via per tornarmene a casa, una normalissima sera passata a casa di amici.
Gli amici.
No mi posso lamentare di certo degli amici. Ne ho parecchi, pochi buoni, ma si sa come vanno queste cose. A dirvela tutta, dovrei anche andarci da un mio amico ora. Infatti, sarei in ritardo, io sono sempre in ritardo. Dico davvero. Sono uno che è cronicamente in orario sulla tabella di marcia, ma poi, all’ultimo istante, si perde, si gingilla, si fuma una sigaretta, si legge un libro, si mette a parlare da solo, come sta succedendo adesso, ed arriva tardi.
Quindi, scusate, ma non vorrei tardare troppo sul mio ritardo.
Dico davvero, siete un pubblico fantastico, ma non ci siete perciò mi accomiato con molto dispiacere. Buon proseguimento.-
Così Alex la smise di parlare con lo specchio del bagno, si aggiustò i capelli, indossò il cappotto, prese le chiavi della macchina dal mobiletto vicino all’entrata ed uscì. Poco prima di chiudere la porta, la bloccò con uno scatto deciso e la riaprì.
Le chiavi di casa.
Le prese e richiuse la porta dietro di sé.

venerdì 29 febbraio 2008

Sinfonia n.1 (Al Mare in Tempesta)

S’infrange tonante,
saggio d’Apocalisse,
proemio stridente
del crollo d’Atlante.

S’innalza, si gonfia,
avvolge e rivolta,
poi cade, s’inonda,
dolente s’imbriglia.

Emerge spumoso,
mano d’onda imperante
pone Tifone
titano, gigante.

Scroscio potente,
gorgoglio d’Inferno,
sovrasta, è suadente.

Riparte, riemerge,
cavalcata angosciante,
riscende, sommerge,
grida di ferro agghiacciante.

Poi, c’è risacca, groviglio umiliante.

Il Tridente emana il verdetto:
nuovo mulino straziante,
crescente si mira,
l’urlo si fa martellante,
vanità d’ira.

Valchirie guerriere,
tremano scogli e barriere

che’l crollo del globo
sorgerà in questo legame
tremendo, proibito
tra l’uomo tradito
e l’animo oscuro del mare.


mercoledì 27 febbraio 2008

La Distanza tra una Solitudine e l'Altra

- Ecco è questo il posto.- disse Alex
- È fantastico.- fece Pete guardandosi intorno.
- Già.-
Così, ancora una volta, dopo tanti mesi, rivedeva il mare. I capelli neri nel vento e gli occhi puliti. Il suo mare: quello dell’infanzia, quello delle prime ragazze, quello delle ore solitarie a guardarsi con l’orizzonte, quello triste burrasca, calma e calura, dei lunghi pomeriggi passati solo a scrivere.
Fermi sul davanzale che sovrastava dall’alto la riva, Alex e Pete s’erano seduti sulle lunghe lastre bianche che davano la panoramica della spiaggia. Spiaggia di fine inverno: il mare, ancora infreddolito che va a ritirarsi, portando i suoi flutti silenziosi via dalla terra, a largo, dove le rocce non possono ascoltare, sepolte da masse d’acqua insonorizzata.
Le rocce ancora, dure e spigolose, testimoni antiche dell’antichità romana, di cui residuano rovine fastose e minuscoli sassi che, dolcemente, intaccano la naturalezza del paesaggio e corrono, circondando la serenità di questa lingua di terra, fino ad un punto ove roccia e uomo si incontrano in un sistema di grotte, scavate dall’acqua e da braccia di schiavi uccisi dalla storia.
Proprio lì, su quel crinale di pietra…
- Il sole al tramonto va a morire e si porta dietro tutte le nuvole…-
Pete non parla e sta ad ascoltare, gli occhi chiusi a fessura dal sole e dalla concentrazione.
-…non so per quale legge naturale, ma sembra quel monte sembra risucchiare dietro di sé tutto quanto il cielo, ed è uno spettacolo che non appartiene a questa terra.-
- Sì, succede quando il sole tramonta.- osserva Pete.
No, non succede: è la poesia del creato che non capiamo, ma copiamo e ci sfugge di continuo. È solo lei, lì, da secoli, ed è solo lì che accade, in quel punto unico in tutto il mondo. Questo passava per la testa di Alex.
Se solo potessi donare quello che ho visto nei vecchi tramonti della mia adolescenza, sospirò silenzioso Alex, sorridendo a quelle due fessure che guardavano intente il riflesso sparpagliato della luce sulle onde.
È tutti lì il mio coraggio di scrivere: nei tramonti del sole sul mare, nelle ombre e nei colori che crea, nei miei occhi ancora avidi di visioni, mentre il cuore è ferito dal senso di un mondo che sempre più si rende notturno. Ancora altri pensieri in quella piccola testa, sparpagliata dalla brezza marina.
Dei bambini stavano giocando a rincorrersi, proprio sotto il davanzale dove, ormai, Alex s’era poggiato con le braccia conserte, mentre Pete già dondolava, i piedi nel vuoto, sedendovi sopra:
- Sembra un quadro – dice
- Sì, lo sembra-
E così inizia una fitta discussione sul mare. Sul mare, vi dico.
Si può discutere sul mare?
- Queste cose che mi dici mi ricordano proprio un libro…- esordisce Pete
Avete voi mai parlato di mare? quello vero che si infrange nell’anima, non quello blu…
- Ma non so che dirti non l’ho letto questo.- riprende divertito Alex
Si parlava proprio di mare? Credo proprio di sì: giovani dei della mattina e del sole, a trattare di quell’elemento che sfida e che attrae, in ogni momento, nell’inconsapevolezza di esserne parte ed infinito blu liquido che si riversa.
Questo è il duello chiaro e preciso, il guanto lanciato, è la rivoluzione tanto amata da Alex che s’abbatte sugli scogli e prende la forma di libri letti e idee cresciute nell’isolamento obbligato dalla comprensione comune.
Anche Pete era un giovane scrittore, proprio come Alex:
- E quando finirai il tuo libro?- chiese Pete
- Non lo so, coi miei ritmi forse mai, ma ho tante cose in testa da voler scrivere. E te?-
Il silenzio di chi non ama rispondere perché se lo tiene nel suo forziere, mica per altro. Alex si girò verso l’adorato mare:
- Siamo proprio tutti bravi, noi, gente che scrive, ad appuntare i sentimenti dell’animo e poi a non capirci nulla a parole parlate. Ci nascondiamo dietro le lettere dell’alfabeto e ce ne raccontiamo di belle…-
- Già.- sorrise Pete, stringendosi nelle spalle.
- Ma poi che seguito diamo ai nostri moti interni se tutto finisce in un claustrofobico murismo?-
Silenzio. Non che Alex sapesse la risposta:
- Dimmelo tu – indicò verso Pete, poi tese le braccia sul davanzale ed gridò: -Ditemelo voi…-
Poi con fare lento e cadenzato fece una smorfia di perplessità e guardò Pete: -…io so solo scrivere.-
È questo il limite estremo della sincerità solitaria in un giorno del mare d’inverno?
Quale limite chiedete, spiriti soggiogatori della brezza tra gli alberi?
Il limite di lasciar perdere l’idea che più si è in tanti più ci si sente soli, il limite che ci divide dal sogno del sentire.
La distanza tra una solitudine e l’altra, pensò Alex.
Il sogno del sentire non è solo giorni passati a scrivere, a leggere, ad ammirare le grandi trasfigurazioni delle immagini nella mente; è bambini mentali, fanciulli marini ad inseguirsi le mani, sono gloriose gesta passate, vive in resti di ville e porti nella valle dell’epopea dell’uomo, sono i riflussi del cielo dietro una qualsiasi montagna della terra.
Il sogno del sentire è scoprire nell’altro un sentire, simile e così facilmente diverso, da condividere obbligatoriamente, così da rasserenare quella lotta che travolgerà il futuro su rotaie di marmo, creandone uno ove si possa, semplicemente, lo ripeto ancora, errori letterari di monotonia, sentire.
Questo sogno taglia il righello tra la distanza di una solitudine e l’altra, occhi luminosi fantasticanti di Alex.
Ed in questo tumulto interiore che scuoteva la tranquillità della giornata, Alex la fece finita coi suoi pensieri, ridendo fiero al mare, del mare.
Così accadde che, in una conversazione di onde, libri, scrittori e ricordi non poteva che uscir fuori il nome di Moby Dick.
Che grande battaglia fu quella!

lunedì 25 febbraio 2008

Cronistoria d'una Nascita


Nacqui nell’occhio d’un puma,
e le vigne benedissero il mio arrivo.
Venni cullato tra grandi fiori fucsia,
in attesa del mio destino incerto.
Fu lì che incontrai il vento
e mi raccontò che non avevo una strada:
ero nella sala d’attesa d’un giardino,
sospeso in un raccordo di sentieri,
così fitto, silenzioso e nascosto,
che capii inconsciamente fosse la mia vita.
Poi partì anche il mio trasporto,
e subito intrapresi un lungo viaggio,
imparando l’importanza dei punti di partenza,
da cui cambiano le destinazioni e gli arrivi.
Nomade sin da subito,
la fortuna mi baciò cosmopolita.
Non ricordo bene, ma credo disse:
- bang, boom, Manitù-
che nella lingua dei padri del fuoco
significa semplicemente:
- E tutto il resto tocca a te.-

sabato 23 febbraio 2008

Notti di Luci e di Stazioni


Le luci della notte scorrono via, veloci libellule nell’oscurità. Palazzi , stazioni, muri ricoperti di rampicanti e di muschi, sterpaglia, altri muri con sopra graffiti, silenzi di nuvole, silenzi di stelle.
Il finestrino del treno riflette tutto questo, dietro una muraglia di gocce di pioggia sabbiose, ormai secche e ferme sul vetro a creare una decorazione piena di sporco divertente.
La luce del neon che viene dalla cabina della mia cuccetta fa uno strano gioco con il buio e, così, il riflesso sul finestrino è un altro me con la mia faccia divisa a metà: un pezzo nella notte, l’altro che mi guarda.
Treni che se ne vanno, come il mio, nella notte di un giorno che è stato di pioggia. Treni che arrivano, come quello di Nicolas, che ho incontrato per caso alla stazione stasera. Incredibili incontri del caso o della strada: lui studia a Milano e, proprio, qualche giorno fa ci scrivevamo che prima o poi le nostre strade si sarebbero incrociate di nuovo e avremmo lungamente parlato davanti ad una bottiglia di porto e qualche biscotto secco improponibile, ma così romantico nell’atmosfera di due amici che discutono sull’essenza del mondo e della libertà. Trovo affascinante che, mentre cercavo il mio binario: “Oh Alex che ci fai qui?”
“Che ci faccio io? Tu piuttosto Matt? Io vado a Torino per il premio di letteratura che ho vinto. Te l’avevo detto no?”
“Sì certo. Io sto aspettando Nicolas che torna da Milano. Ne avevamo parlato l'altro giorno, ricordi? Sto con gli altri.”
“Allora aspetterò con voi. È deciso.”
“Okay, il treno è arrivato ora. Tu facci segno quando arriva, noi ci nascondiamo: vogliamo fargli uno scherzo.”
“Va bene”
E così dopo una decina di minuti a guardarci negli occhi con Matt, ma anche con Fred e un altro loro amico - occhi frenetici, ansiosi che ridacchiano per l’infantilità dei nostri giochi e per la purezza del sentimento dell’attesa e dell’amicizia – ecco che Matt fa un segno con la mano e mi indica in mezzo alla folla. Tanti passeggeri e borse, valigie, zaini, pellicce, giacconi, ombrelli, cappelli, sciarpe, occhiali, capelli che camminano e creano un ritmo rumoroso sulla terra. Alzo, muovo a lato, giro la testa e poi vedo quella chioma di capelli neri ricci che si erge come un cespuglio tra tutti e il passo svelto di chi, e guardo bene se è così –e così è-, cammina con le scarpe bianche, semplici, un po’ logore da vecchio artista, ballerino, ginnasta quale Nick è.
Corre via e mi diverto a guardare. Fortunatamente Matt e Fred non si incantano e partono all’inseguimento: “Ma dove volevi andare con sto passo?”
“Matt, Fred, Andie!”
“E guarda chi c’è?”
Arrivo da lontano, sorrido, perché è divertente, lo è davvero:
“Alex! Anche tu sei venuto!”
“Veramente c’hanno fatto trovare…sto andando a Torino”
“E’ la strada”
“Decisamente amico mio, decisamente”
Ed è tutto cerchiato da una nebbiolina come nei film sfumati da un cerchio che si richiude al centro, ricordo del vecchio cinema in bianco e nero; ed è tutto interessante, entusiasmante, incomprensibile, veloce e commovente: Nick tocca la faccia di tutti, abbraccia, dà pacche, credo voglia controllare se siamo reali, se è così, se la lontananza che ha provato è andata o meno a intaccare qualche formula chimico-fisica per cui ci saremmo dovuti essere trasformati.
Parliamo qualche minuto, qualche battuta sul nuovo assetto del gruppo, sullo studio, sul tutto ritengo, infine.
“Beh, la mia ragazza mi aspetta.”
“Io devo prendere il treno”
“Ciao Alex! Mi raccomando, fatti valere!” dice Matt: per lui bisogna sempre farsi valere. Fred saluta con la mano, anche l’altro loro amico.
“Ciao Alex”
“Ciao Nick, ci rivediamo tanto”
“Per la strada, al prossimo incrocio”
Ridiamo e siamo contenti. Ancora non ho rivisto Nick, ma succederà. È così. Lo sappiamo.

Vie che si incrociano sulle vite e sui binari. E ancora treni che si fermano, treni che non partono, treni senza soste, treni troppo lenti.
Tutte rotaie protese come braccia immaginarie o così voglio immaginarle: s’accavallano, s’aggrovigliano, si abbandonano e si perdono in destinazioni scritte su un tabellone luminoso a cui tutti stanno a guardare. Proprio come le vite.
Solite storie di treni, solite storie di vite che montano ad una stazione, mentre fumo una sigaretta, aspettando la prossima linea gialla dietro cui attendere.

In questa notte rumorosa del borbottare del rumore ferroviario sento che mi manca qualcosa, mentre me ne sto appoggiato sul cuscino della cuccetta, ultimo letto in alto. L’ho vista oggi nei miei amici. Mi manca aver avuto un amico con cui essere aperto quando ero ancora un ragazzino: non ho questo ricordo. Non ho avuto un qualcuno con cui spezzare gli spiriti e, forse, anzi, di sicuro non ho mai voluto spartire con nessuno le verità profonde dell’adolescenza, che sono le più sensibili pur se le meno veritiere o, forse, le più veritiere anche se le prime a cui attentano per ucciderle, riuscendo spesso nel losco tentativo. Quando ho cominciato a capire l’importanza di un cuore che si schiude e di un sorriso che capisce, ero ormai troppo “vecchio” per avere quel legame di chi si chiama solo sapere come sta l’altro, senza trucco e senza inganno insomma.
I miei amici migliori li ho perduti in un istante di rabbia fredda, di quella rabbia fredda che porto dietro quando sono deluso e tradito a causa di quel nulla che trovo grandioso ed imperdonabile. Rabbia orribile, implacabile che vuole vedere distruzione a costo della propria e, ancor peggio, crea fantasie di nemici nascosti.
E m’appartiene, è mia la maledetta. E maledetto sono io con lei.
Orgoglio, orgoglio, troppo orgoglio. Il mio silenzio passato è la mia punizione presente, perché proprio ora vorrei parlare. Quanto mi manca non aver condiviso prima le mie storie con qualcuno e aver perso tempo e terreno.
Che uomo sarei stato? Meno testardo, insensibile, rude? Più futile, simpatico? Un personaggio di luce? Non lo so, non me ne frega niente ora che ci penso.
Forse, non è solo colpa mia: non c’è mai stato nessuno con cui condividere i sogni e coloro che ho trovato m’hanno tradito, e m’hanno beffato perché hanno tradito la mia intenzione di migliorare.
Sono contento che oggi ci sia Jules, Nick, Matt, Jean che, in modo diverso, mi capiscono, mi vogliono bene e con cui parlo di quello che succede nell’aria e nella città.
Grande Jules, amico mio, che quasi mi pestava per esprimermi la sua contentezza per questo premio. Quando capirai quante cose sono in tuo potere fare? Quando capirai che non sei come vogliono farti credere che tu sia? Quando smetterai di schernire i tuoi demoni e deciderai di metterti a sedere e parlare con loro?
Sento un vuoto, mi manca un pezzo, un passaggio che è bruciato via e si sparge nell’aria come il fumo della mia sigaretta. Mi manca aver mescolato i sogni degli altri coi miei quando era bello fare così, quando era bello arrampicarsi sugli alberi e dire le parolacce per telefono alle vecchie signore, quando era bello parlare tra i banchi di scuola.
È per quel vuoto che scrivo? No questa è solo una parte del vuoto tutto.
Allora è questo l’infinito?
Sono sospeso in un pallone aerostatico e non riesco a toccare nessuno.
A cosa appartengo?
Lancio la sigaretta e si perde lucente nel nero vuoto che costeggia questo treno.