AS HIMSELF

La mia foto
Roma, Italy
He was born in a lazy tuesday.Just purple flowers around his cradle.Silence and purple flowers.The ancient Fathers whisper their secrets in his ears, before he went away, stolen by the wind, blessed by the moon."You are a travelling man" they said him.The roads of his life were just placed in the other side of our world, but when he became a man he felt the emptiness of the desert,and the acrid smell of the asphalt from the streets of the unknown. So he began writing poetry, singing against the night walls, searching for his home, taking his bag. He was a travelling man. And that's just a chosen destiny tale.

mercoledì 23 luglio 2008

The Party

We are tonight's entertainment...only in cinemas

martedì 22 luglio 2008

lunedì 21 luglio 2008

Countdown to The Dark Knight

The dawn is coming...in two days

giovedì 3 luglio 2008

I Sognatori Non Si Innamorano Mai

L'aria era umida.
Nonostante quel pressante odore d'estate che attacca i vestiti alla pelle in modo che torni sempre di moda l'aderenza, la camicia larga e leggera di John era, di tanto in tanto, rigonfiata da una tenue brezza che il mare concedeva la sera tardi.
Era lì, a contemplare i suoi fogli, a guardare il mare, sopra gli scogli di un'esistenza che sembrava avergli dato tutto.
Eppure beveva, vecchio e nuovo vizio.
Affondava le labbra sul bicchiere di vetro, tozzo, come non se ne fanno più, e sorseggiava del vino rosso, la fronte madida di sudore, i capelli neri arruffatti, la pelle essiccata da giorni di sole e sale che ne impregnavano avidamente le prime rughe di una vecchiaia appena vezzeggiata.
Stava lì, seduto sulla sedia di vimini e non parlava.
Vicino a lui, c'era un'ombra, la sua ombra più cara, una immagine persa nell'oscurità della veranda che si altalenava sulla sedia a dondolo.
Minuti, secondi, istanti di silenzio. Forse secoli.
John portò alla bocca l'ultima sigaretta del suo pacchetto morbido, poi bevve un sorso di vino:
- Il sapore della sigaretta rovina sempre quello del vino-
- Eppure tu non smetti di fumare- controbattè la voce nascosta nella penombra.
- Già- disse lui, sospirando fumo, mentre ammirava il cielo fuori dalla tettoia di legno.
Rimasero ancora in silenzio.
- Io vado a letto Johnnie-
La figura si alzò dalla sedia, poggiandosi prontamente con le mani sui poggioli e mostrando tutta la sua altezza. Fece qualche passo, si avvicinò a John e lo baciò sulla fronte.
Lui ricambiò, voltandosi e concedendo a quel bacio il sapore di una bocca:
- Buonanotte-
- Sai di sigaretta, dovresti fumare di meno-
- Lo so- sorrise
John guardò il suo amore che si allontanava verso la porta a passi stanchi e poi:
- Domani parto-
- E dove vai?- si girò di scatto
- A ritirare un premio, le solite noiose storie...
- Che premio è?-
- Il Pulitzer-
- Eh?-
- Quello che ho detto, il Pulitzer-
- Amore, ma...bravo...io non so che dire...-
- Non dire nulla allora- si mise a ridere John, mentre i suoi denti era illuminati dalla luce arancione della sigaretta accesa.
- Ti meriti un altro bacio-
Questa volta la bocca pretese subito la bocca dell'altro, ma solo per qualche breve decade.
- Buonanotte-
- Buonanotte amore mio-
La brezza si fece subito più forte, i capelli di John si muovevano al volere del vento, il rumore del male scrosciava ovunque, abbattendosi in suoni ovattati in lontananza.
- ... sembra di vivere in un orecchio appoggiato ad una conchiglia- sussurrò John al suo vino, mentre si guardava intorno. Diede l'ultima boccata alla sigaretta, poi la spense nel posacenere pressandola per bene. Restò fermo qualche minuto, la camicia prendeva ancora varie forme, riempendosi d'aria e poi svuotandosene.
Il vento cominciava a ruggire, insinuandosi nelle conche create dagli scogli.
John prese la sua penna d'argento dal taschino e cominciò a batterla sul tavolino di legno, sempre stando seduto.
Sembrava quasi volesse scandire le ore.
Tante volte aveva visto quella vita nei suoi sogni: la gratificazione, la veranda sul mare, il successo, eppure si era sempre immaginato da solo nel godere di queste ricchezze oniriche.
Ora invece, c'era la compagnia di qualcuno su quella sedia accanto alla sua macchina da scrivere.
Continuava a battere sul vecchio legno tarlato, appoggiò le dita agli occhi e se li stropicciò: una stella si riflesse in modo così disdicevole da mostrare un lacrima che zigazagava sulla sua ruga intorno all'occhio sinistro.
Forse era la felicità, forse solo la notte ed il vino.
Bevve l'ultimo sorso, appoggiò le dita alla macchina da scrivere e, dopo pochi battiti, si addormentò.
Il vento scriveva le nenie, il mare sapeva come cantarle.
Verso le quattro del mattino si risvegliò, aveva una coperta di cotone sulle spalle, vide che il suo amore era fermo a guardare il mare, fuori dalla veranda.
Piangeva forse.
Il foglio non era più inserito nel rullo della macchina da scrivere.
Cercò di ricordarsi che cosa avesse scritto su quel pezzo di carta, ma proprio in quell'istante una mano glielo porse e rientrò lesta in casa senza dire nulla.
"Gli innamorati sognano molto. I sognatori non si innamorano mai."
Si mise una mano in tasca: le sigarette erano davvero finite.

venerdì 23 maggio 2008

E se fossi una community?

Una piccola sintesi delle puntate precedenti: il funzionario del Regno, il nostro professore tanto in ansia di ripristinario il principio poco dialettico dello studio elitario, si è accorto che i barbari che da tanto attendeva scendere dalle montagne, sono già in città e gli stanno saccheggiando l'esistenza. Purtroppo hanno la faccia dei suoi nipotini.
I barbari del passato avevano le armi, i barbari che eravamo avevano la loro arte, i barbari che ci assediano cosa hanno?
L'informazione.
E' questa l'arma tremenda ed implacabile dei nuovi barbari: lo scambio informativo accessibile, gratutito, inarrestabile. Tutto sanno tutto e niente. E' un pò lo stile dell'ultima dinastia del Regno no? quale è l'ultima dinastia del Regno? Gli Americani. Ma ci sarà tempo per parlare di loro.
Nel frattempo concentriamoci sulle armi dell'orda. Se Leopardi avesse avuto un'arma avrebbe avuto un'ascia, un piccone per colpire in profondità, per fendere il velo e raggiungere l'infinito. E così vale un pò per tutti i romantici. Così si scelsero chi uno strumento, chi una penna, chi una tavolozza e con questi hanno trapanato per anni l'animo umano, quello che noi intendiamo per animo, qualcosa di profondo, cavernoso, difficile da carpire, da ricercare.
I barbari, mentre noi avevamo sostituito gli elmetti da minatore con le nostre sicurezze sul Sentimento, sulla Politica, sulla Religione e su tante altre Maiuscole, non muovendoci più nella ricerca, ma cristallizando dei principi, hanno deciso di aggirare la fortezza da sopra, dove non potevano essere visti.
Nel secondo capitolo avevo detto che la nostra civiltà si era impegnata nel trovare limiti e unità delle cose: l'uomo e Dio, Dio e la Natura, la Natura e l'Infinito e altri abbinamenti in cui emergesse la contrapposizione e la sofferenza per la nostra limitatezza, ogni tanto mandata nello "Iperspazio" dai sentimenti. E' come se noi ci mettissimo sempre dei paletti, all'inizio e alla fine di ogni cosa, così da misurarla e vederla in confronto a ciò che siamo. Non ci interessa il passaggio in mezzo, vogliamo i due paletti per delimitare lo scavo archeologico da visitare, da scavare.
Così i barbari si sono insediati su quello che c'è tra l'inizio e la fine delle cose, delle entità, dei sentimenti, della ragione, crando una rete di scambio di informazioni circa i punti di arrivo e di partenza. A loro interessa poco da dove parte il treno e dove si ferma, ma sono interessatissimi alle coincidenze, dove si incontrano le esperienze di chi viene da più parti. I barbari non si specializzano, raccolgono. Per questo noi li consideriamo dei superficiali, dei barbari, perchè lo sono, perchè costruiscono la loro cultura dove nessuno l'ha mai fatto, nel fare più cose, per averne dentro il maggior numero possibili, per essere delle coincidenze, delle intersezioni di informazioni, come sono i siti internet, come sono i centri commerciali.
I barbari vogliono diventare dei blog: non c'è alcuna gioia che passa per la sofferenza, la gioia è nell'accessibilità, nella semplicità, nella comodità.
Si può non condividere, pensare che solo i posteri capiranno, oppure essere dei semibarbari.

Nella prossima puntata curve, rette, punti e piani sul piano e piani nello spazio. Matematica pura o filosofia folleggiante?

giovedì 22 maggio 2008

3. I'm Lovin' it!

"Libera nos a malo"
prendendo coraggio nei pugni chiusi poggiati sul pavimento, il funzionario del Regno conclude la sua preghiera tardiva, riesce ad alzarsi, lascia mogli e figlio abbracciati e impauriti e si dirige verso la finestra, il grande arco a tutto sesto che, fa poco, si è fatto costruire per accedere al balcone.
Ha ancora gli occhi chiusi.
Così esce fuori, il calore del sole è tenace sul volto e alla fine decide di farcela, di sollevare le palpebre. Niente.
Non c'è fumo in lontananza, non ci sono eserciti addossati alle porte del palazzo, ma, poi, di colpo, ancora quelle grida nel vento, grida violente che scuotono la terra alle radici. Il funzionario corre alla ringhiera del balcone, si affaccia e guarda di sotto, lo sguardo corre lungo le mura, fino al terreno: riconosce i nipoti di alcuni suoi amici, parenti, ragazzi sulla ventina, anche più piccoli.
Rimane inerme, basito.
I barbari sono entrati.

Eravamo rimasti qui la volta scorsa, ma ormai sappiamo che i barbari sono entrati. Chi sono i barbari? perchè non fanno macerie, saccheggi, fiamme, razzie? Dove sono i loro eserciti di pelli d'orso vestiti? perchè se ne sentono le spaventose grida, ma non le luccicanti asce? Dove sono i barbari e, soprattutto chi sono, perchè li chiamiamo così?
Cominciamo dalle ultime domande, procedendo con alcune brevi definizioni.

Barbaro (barbaros) è la parola onomatopeica che gli antichi Greci utilizzavano per denominare gli stranieri ( i "balbuzienti"), coloro che non sapevano parlare il greco, quindi non ne condividevano la cultura. Successivamente, con l'ellenismo, il significato venne a modificarsi: ogni uomo partecipe della cultura e della cività ellena era elleno, gli altri solo barbari incivili. Con il Cristianesimo il termine assurge a dare una definizione in ambito religioso, poi quando l'Impero Romano viene cristianizzato torna l'accento culturale che rispecchia le differenza con i non "romani", non cristiani e, pertanto, culturalmente di civiltà inferiore. Sono questi quelli che nella nostro comune ricordo scolastico-popolare sono i Barbari: Unni, Goti, Ostrogoti. Pertanto, il termine nasce con una accezione di separazione, per poi prendere la sfumatura negativa e, ancor di più, dispregiativa che arriva oggi nel nostro immaginario.
Sostanzialmente i Barbari ebbero a vincere il confronto con un Impero Romano già decadente (tenete bene a mente i tratti salientei di questa storia) e iniziarono così i noti Regni Romano-Barbarici.
Nella cultura cinese barbaro è sinonimo di tutte quelle popolazioni che erano oltre la cultura cinese (i Manchu, i Tartari, i Mongoli ecc...) e da cui la Cina doveva ripararsi, date le scorribande improvvise e violente che muovevano queste orde, spinte dal bisogno, dalla fame. Il primo imperatore cinese della dinastia Yuan fu Kublai Khan, nipote di Gengis, che dichiarò la zona di Pechino come capitale. L'ultimo imperatore celeste era mancese.

Prendiamo la prima definizione di barbaro, quella degli antichi Greci: diverso dalla culrtura greca perchè non ha nella sua sfera culturale quel linguaggio, il linguaggio dominante.
Franz Grillparzer (lo potete vedere bene sulla prima pagina di Wikipedia dedicata a Beethoven) disse del compositore tedesco: "Chi verrà dopo di lui non continuerà, dovrà ricominciare, perché questo precursore ha condotto l'opera sua fino agli estremi confini dell'arte".
Ancora Haydn, suo maestro e grandissimo della musica classica: "sacrificherete le norme alle vostre immaginazioni". Per non annoiare troppo userò con parsimonia le prossime due citazioni.
Ludwig Van Beethoven fu il battistrada tra il tempo dei Lumi e lo spazio dei Romantici, la sua composizione artistica racchiude entrambe le influenze e le rielabora, costruendo un modello iniziale, che molti del suo tempo apprezzarono, ma ammisero di non comprendere, altri, invece, semplicemente lo ritennero stravagante, un'esagerazione del modo organico di sviluppare le idee. Gli alti e bassi, il travolgente irrompere della musica come se fossero i sentimenti dell'animo, non erano cose da sovrani illuminati, nè tantomeno da razionali uomini di scienza, qualsiasi forma di scienza essa fosse. Era una divertente, ma anche pericolosa barbarie. Io oggi scrivo predecessore, loro ieri scrivevano eccentrico, egocentrico, interessato al bello, al superficiale. Beethoven invece scriveva:"Noi, esseri limitati dallo spirito illimitato, siamo nati soltanto per la gioia e la sofferenza. E si potrebbe quasi dire che i più eminenti afferrano la gioia attraverso la sofferenza.". Che se ne facevano i lumi della gioia attraverso la sofferenza? Era il messaggio borghese, romantico che stava per comporsi nella sua maturità completa. Era Beethoven che scriveva ai principi che loro erano così per nascita, lui era così come era grazie a lui stesso ed era proprio per questo che non ci sarebbero stati altri Beethoven. Col senno del poi, sembra che il mondo, come dicevo nello scorso capitolo, ricerchi ancora nella profondità delle cose la loro ragion d'esser, la musica suscita emozione perchè riposrta emozione e, in uno dei film (e libri) più importanti della rivoluzione giovanile "Arancia Meccanica", Ludwig Van è sempre il musicista preferito del folle e distorto Alex (ma ci sarà tempo per parlare anche dei rivoluzionari). Beethoven ha attraversato il tempo perchè è stato un barbaro vincente, un pò come Kublai Khan. E come il Khan, nipote del tremendo barbaro Gengis, divenne imperatore della civile Cina, così Beethoven, barbaro musicale celeberrimo, ha inconsapevolmente donato il suo Inno alla Gioia alla massima espressione della civiltà europea: l'Unione. E visto che questi noti Barbari sembrano succedersi gli uni con gli altri all'interno della civiltà costituita (riprenderemo il concetto nel quarto capitolo), perchè il pagliaccio dal capello riccioluto e rosso di MacDonald's oggi dovrebbe essere una barbarie? E se domani la soundtrack della UE fosse sostituita dal Jingle del noto fast food americano?
Ma cosa è cambiato in questa evoluzione storica: i mezzi, le armi, la cultura, ma non il personaggio principale, ovvero, noi, gli uomini. Gengis Khan impose la sua potenza militare, bellica, la sua predominante violenza, sviscerata dal nomadismo, dalla povertà, dalla necessità, sui popoli civili, ma ormai seduti sulle loro elucubrazioni filosofiche, in discesa senza accorgersene. Suo nipote divenne la civiltà.
Beethoven, ma anche altri suoi contemporanei, non imposero le armi, ma la loro arte che scavava negli animi, tirando fuori i sentimenti, producendo quel risultato di uguaglianza nei sentimenti che ci eguaglia e rende liberi. Questi uomini avevano fame di irrazionalità, necessità di non essere principi, bisogno di valere comunque. Davanti a loro una società ancora elitaria, statica, decadente senza la capacità di comprenderlo. La sua musica, le loro opere sono il patrimonio della nostra civiltà.
Ronald MacDonald si scatta le foto coi bambini, è un punto di ritrovo per i ragazzi che lo guardano e ridono, ha creato un luogo per chi deve lavorare e ha brevi pause pranzo, per le famiglie, la domenica, propone un pasto non ben identificato, ma dal buon sapore, quei colori, il jingle danno allegria, le persone chiacchierano, si scambiano informazioni velocemente, si divertono, i bimbi giocano sugli scivoli o con la sorpresa dell'Happy Meal. Le persone che frequentano questi posti fanno più cose insieme, interagiscono. MacDonald's è un'esperienza completa e accessibile a tutti, senza dovere avere doti artistiche, capaci di esprimere un sentimento. Il sentimento non c'è, c'è la sensazione, lo scambio, la capacità di comunicare rapidamente con un linguaggio facile. Davanti a MacDonald's, ai centri commerciali, ai Warner Village, ai Forum online, ma anche davanti alla casa dell'occidentale medio con cena frugale, poche parole, televisione, musica e computer accesi, ci sono i funzionari del Regno che ascoltano il loro Beethoven, arroccati sulle loro posizioni, senza capire che stanno cadendo, finchè non vedono dal loro balcone i nipoti che comprano il Big Mac Menu take away e guardano l'ultima puntata del Grande Fratello.
I barbari sono entrati e non ce ne siamo accorti, talmente presi ad attendere il loro arrivo.
I barbari siamo noi.

"Benvenuto signore, cosa prende"
"Due Big Mac Menu a portar via e un happy meal..."
"Due nonno, due!"
"Due Happy Meal"
"Un minuto ed è tutto pronto, carta o contante?"
"Carta"
"Kublai, smettila di dar fastido a tua sorella e prendi le cannucce, sennò non facciamo in tempo a vedere la prima puntata del GF"
"Okay nonno Gengis"
"Li scusi sono bambini"
"Non si preoccupi signore"
"Mi può dare altre bustine di ketchup?"
"Sì, certo"
I barbari...

lunedì 19 maggio 2008

2. Venga il Tuo Regno

Il secondo capitolo riguarda la civiltà dominante, il castello, i nobili, il popolo, la bandiera issata sulla torre più alta, l'opulenza imperiale.
Il secondo capitolo riguarda il Regno, i darwiniani dominatori di cui siamo semplici figli ed eredi.
Se avessimo dovuto scattare un'istantanea del Regno otto anni fa, l'avremmo visto dorato, lucente, vincente, un sorriso di smacco e fascino che attraversava il mondo all'apice del suo splendore. Era l'Impero, era Alessandro magno che entrava a Babilonia.
Nel giro di un anno tutto era cambiato, ma otto anni dopo, questa patina luccicante sembra essere svanita, coriandoli a terra, ruggine, vestiti stracciati, come quando una nuvola copre il sole d'estate e i colori si rimestano su loro stessi, opacizzandosi, divenendo sempre più densi di ombra. L'Impero è tornato Regno. E' una Minas Tirith della nostra realtà, che si sta preparando. E' Alessandro Magno che si ritira dall'India.
Pertanto, è da questa impressione che voglio partire per descrivere lo stato vigente, descriverlo, delinearlo, disegnarlo, non commentare, se non involontarimante. Il concetto è breve e compatto come la sua enunciazione già, di per sè, eloquentemente ci comunica: limite.
Limite è circoscrizione dell'espansione, è punto alla fine di una frase, è confine geografico, divisione metafisica, capienza massima del sapere come memoria massima di un hard disk.
Pensando con una certa leggerezza, il concetto di limite è qualcosa che profondamente ci appartiene e che sempre poniamo come misura fondamentale del nostro prendere cognizione, del nostro osservare, analizzare, verificare, comprovare.
Poniamo un limite sin dalla storia più antiche, nel momento stesso in cui poniamo il mito nella natura, e, quindi, spieghiamo sbarrandone le possibilità, cioò che non possiamo comprendere con i nostri strumenti umani. Nonostante l'evoluzione (attenti a questa parola che troverà oltre ampio spazio) che ci ha assecondati in questi millenni, abbiamo avanzato di poco il nostro vallo verso l'oltre. A dire, che oggi la popolazione media è più alta, allora alziamo i tetti delle case, poco importa guardare le stelle.
Ma ho detto proprio "guardare le stelle"! Già, e fortuitamente è proprio qui che volevo arrivare, alle stelle. Perchè associamo determinati immagini a determinati sentimenti? quale è la regola che permette questo?
Nell'antichità la fenomenica, l'entità naturale era associata al divino, al mito. Nelle grandi religioni monoteistiche tutto è dio, perchè dio è tutto, in particolare poi, nella religione cristiana Dio è Amore. Rimanete con questa idea dell'associazione all'entità Dio, del fenomeno Amore. Torneremo dopo un brevissimo intermezzo culturale.
Nell'ambito della storia culturale dell'uomo (occidentale aggiungerei) si sovrappongono vari filoni, correnti artistiche che, cominciando dall'Umanesimo iniziano a dissociare l'uomo dalla religione, dalla sfera divina, focalizzandosi su di esso. Per quel che riguarda il Regno, l'Umanesimo è il solco che Romolo fece per disegnare la città di Roma.
Molto tempo dopo comparirono Illuminismo e Romanticismo, la ragione e i sentimenti: sostanzialmente, la struttura che oggi tutti riconosciamoa quel particolare animale che definiamo uomo. Come noterete, se non fosse nato uno studio che avesse focalizzato sulla persona, come essere degno di autonomo spazio e non solo di essere nota a margine della lunga definizione riportata sotto la parola Dio, Allah, Vishnu e similari, non avremmo poi ingenerato quel meccanismo, tipico del metodo scientifico di ramificare e analizzare. Così dal filone unitario, l'uomo. si scinde la ragione prima e, poi, arrivano i sentimenti, inconsciamente sciorinati con lo stesso cipiglio scientifico delle menti illuminate. Da allora, con una certa cadenza, cambiando alcune piccoli variabili, ci siamo barcamenati dal Positivismo all'Esistenzialismo, alternando la predominanza di queste due caratteristiche umane.
E' molto semplice e semplicistico favoleggiare in questa maniera secoli di sapere, ma voglio dare un quadro e, l'ho premesso, buttar giù un saggio non scientifico e ancor meno convenzionale.
Insomma, approdiamo a questa considerazione: il Regno si basa sul concetto che l'uomo esiste e va indagato, perchè l'uomo è limitato. Il capisaldo fermo, forte, sicuro, le mura aureliane di questa città sono fatte di mattoni su cui è scritto: c'è l'uomo, la natura e Dio; e di stendardi su cui in caratteri latini, medievali, gotici, vittoriani e quant'altro si riporta: ogni cosa è unita e separata.
E' questa la rivelazione stupenda che i nostri avi ci hanno messo in testa e volendo tornare allo scrittore (Baricco) che scrive dei barbari, cercando di capirli, lui mi trova d'accordo nel dire che oggi ancora siamo inguaribili Romantici: perchè in ogni cosa scaviamo, cercandone il senso ulteriore, il collegamento leopardiano, la tensione. In questo stirarci verso l'ignoto, l'infinito, il kantiano noumeno, ci perdiamo, ci uniamo e ci separiamo creando la scienza, l'arte, la nostra civiltà, espandendo la nostra egida sui Galli, o falcidiando con i nostri opliti, ardenti romantic, i feroci Persiani.
All'epoca della nascita del Regno, Dio era forte, presente, ma non pervadente: poteva struggere l'animo di chi all'infinito riversava il suo essere, ma lo streben era un'altra cosa.
Dio è Amore, come dicevamo, ma l'Amore appartiene ad una sfera del sentire che l'uomo scopre di possedere, che è sua, che lo descrive, lo limita e lo universalizza. Il nuovo giovane uomo (borghese) è il Regno, ed il Regno è lui, e se non ci sono libri sull'argomento, vorrà dire che si prenderà una penna e se li scriverà da solo.
L'uomo odierno si è evoluto e rimane in alcune persone ancora romantico, trivellatore dei buchi nel cielo tappati dalle stelle. Perchè le stelle, vi chiederete ora, visto che non v'ho risposto ancora.
Perchè è così che è nato il sentimento: la natura ha suscitato qualcosa, lo spettacolo che vi è oltra ha toccato una profondità che si è fatta sentire da un iniziale sentore, e Dio e lì dietro, dall'altra parte del palcoscenico, coperto da un sipario. Allora, tutto lega l'uomo e lo immerge come unità e come flusso.
L'uomo odierno si è evoluto, ma oggi il Regno sta per crollare, e quell'implosione mi pare dovuta ancora una volta al nostro principio fondante, il limite-tutto, che, come vedremo coi barbari, qualche falla ce l'ha.
Ma, intanto, dovremo parlar anche di come il funzionario del Regno vive oggi questo attacco al suo mondo, alla sua libertà relativa, figlia di un Dio benevolo e non pretenziosamente severo e figlio della superstizione. Io me lo immagino, in giacca e cravatta, portatile e trolley che, finalmente, in pubblico congiunge le mani, stringe a sè la figlia spaurita e la compagna di una vita, si piega sulle ginocchia, sul marmoreo pavimento del suo palazzo e sussurra:
"Venga il tuo Regno..."
Grida di barbari dalla radura.

Nella prossima puntata Gengis Khan che in questa non ci poteva proprio entrare.
Un grazie speciale a Baricco senza la cui intuizione non avrei potuto esaurire la mia.